di Massimo Recalcati, Uberto Zuccardi Merli
Bollati Boringhieri, 2006

Introduzione
L’anoressia e la bulimia sono l’oggetto privilegiato di questo libro. Tutti le conoscono e tanti ne soffrono; hanno invaso la società e devastato la vita di molte donne. Si tratta di sofferenza che conservano gelosamente i loro segreti, sfuggendo dalle mani di chi vuole curarli, costringerle alla resa, piegarle alle pratiche alimentari che consideriamo normali. E l’obesità? L’obesità non è una malattia delle donne, ma è trasversale rispetto ai sessi. La sua diffusione epidemica, nell’infanzia come nella vita adulta, è divenuta ormai una piaga sociale dell’Occidente. In fondo siamo tutti obesi, tutti riempiti sino a soffocare dalla girandola di oggetti che l’Altro del mercato ci mette continuamente a disposizione; tutti presi da troppo godimento e immersi in uno spazio saturo di cose che precluda la mancanza come sorgente del desiderio e della creazione.
Nell’obesità patologica è proprio questa dimensione di intasamento della mancanza che si manifesta in tutta la sua drammaticità.
Curare un’anoressica-bulimica, o un soggetto obeso significa davvero normalizzare il loro appettito? E’ questo l’obiettivo di una cura? Fare mangiare, fare mangiare normalmente evitando gli eccessi, interrompere il ciclo infernale delle abbuffate e del vomito? Una cura è davvero un raddrizzamento ortopedico di un eccesso alimentare “in più o in meno” che scompagina la normalità? Che cosa sarebbe allora un’alimentazione normale? Ma davvero gli essere umani ricercano l’equilibrio della normalità è la mezza porzione consigliata recentemente da un ministro della repubblica, oppure in essi, come la psicoanalisi invita a pensare, c’è una spinta a godere che oltrepassa le cornici tranquillizzanti del giusto equilibrio?
La psicoanalisi non ha scelto la via della normalità come criterio della felicità, ma quella della particolarità. Ciascuno deve riuscire a trovare la propria giusta misura, il proprio grado di felicità.